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Rimesse degli immigrati e aiuti allo sviluppo

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Nel dibattito pubblico sull’immigrazione, uno degli slogan più frequenti è “aiutiamoli a casa loro”, secondo l’idea che gli investimenti nei paesi d’origine potrebbero rallentare i flussi migratori. Posto che questa teoria possa funzionare nel lungo periodo (mentre nel breve periodo potrebbe addirittura stimolare le emigrazioni, dando più risorse a chi desidera partire), bisogna considerare che questo principio richiede investimenti corposi e probabilmente poco popolari. Ad oggi, l’Italia investe circa 4 miliardi di euro in Aiuti Pubblici allo Sviluppo (0,22%), ben lontano dagli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite (0,70%). Superano invece 5 miliardi le rimesse inviate in patria dagli immigrati residenti nel nostro paese (0,30% del Pil). In attesa dei nostri aiuti, dunque, sono gli immigrati “ad aiutarsi da soli”.

Leggi l’articolo di Vladimiro Polchi sul Venerdì di Repubblica

Approfondimenti sulle rimesse degli immigrati

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Dall’analisi dei dati pro-capite emergono alcune curiosità sui flussi delle rimesse degli immigrati. Ad esempio, Paesi che contano pochissimi immigrati in Italia ricevono flussi monetari molto cospicui.

Dallo studio emergono alcuni aspetti poco noti del fenomeno delle rimesse degli immigrati. In particolare, confrontando i volumi delle rimesse con la popolazione straniera residente, il primo elemento è che molto probabilmente non tutti gli invii effettuati verso un dato paese siano fatti da cittadini di quella nazionalità. Il caso più lampante è quello degli Emirati Arabi, che contano solo 7 cittadini residenti in Italia e hanno registrato un flusso di 5 milioni di euro nel 2014. 

Dai dati forniti dalla Banca d’Italia, nel 2014 i flussi di rimesse verso l’estero hanno raggiunto la cifra di 5,33 miliardi di euro. Rapportato ai circa 5 milioni di residenti a fine 2014, si può dire che mediamente nel 2014 ogni cittadino straniero ha inviato in patria poco più di mille euro (considerando ovviamente anche la popolazione inattiva). 

Più rimesse che cooperazione allo sviluppo

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Confrontando la quota di aiuti pubblici allo sviluppo con le rimesse inviate in patria dagli immigrati (dati I semestre 2015), si può notare come lo sforzo di quest’ultimi sia molto più alto rispetto a quello dello Stato. 

Nel dibattito attuale sull’emergenza migranti, una delle proposte più frequenti è quella sintetizzata dallo slogan “aiutiamoli a casa loro”, inteso come una possibilità concreta per limitare l’immigrazione irregolare e le problematiche ad essa connesse. Pur considerando questa proposta teoricamente valida almeno nel lungo periodo, essa si scontra con la difficoltà di convincere politica ed opinione pubblica alla necessità di stanziare fondi per lo sviluppo di paesi terzi, togliendo inevitabilmente risorse pubbliche alle urgenze locali. Una recente indagine Eurobarometro sulla cooperazione allo sviluppo evidenzia questa contraddizione: l’80% degli italiani ritiene importante sostenere le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, ma solo il 55% si dice favorevole ad aumentare gli aiuti.

Le rimesse degli immigrati

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La crisi taglia anche la generosità degli immigrati.

Il contributo economico della popolazione straniera rappresenta un apporto notevole sia per le società riceventi, principalmente sotto forma di gettito fiscale e contributi previdenziali, che per quelle d’origine, attraverso consistenti flussi di denaro destinato al sostegno delle famiglie in patria. Secondo i dati Eurostat aggiornati al 2013, a livello europeo l’Italia è seconda solo alla Francia per volume di denaro inviato dagli immigrati. Rispetto ad altri flussi internazionali di capitale, le rimesse si sono dimostrate uno strumento più stabile ed essendo destinate direttamente alle famiglie hanno sicuramente un impatto diretto sulla soddisfazione dei bisogni primari (alimentazione, sanità, istruzione).

Leggi l’articolo di Rossella Cadeo del 20 aprile 2015 su il Sole 24 Ore