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Rimesse degli immigrati e aiuti allo sviluppo

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Nel dibattito pubblico sull’immigrazione, uno degli slogan più frequenti è “aiutiamoli a casa loro”, secondo l’idea che gli investimenti nei paesi d’origine potrebbero rallentare i flussi migratori. Posto che questa teoria possa funzionare nel lungo periodo (mentre nel breve periodo potrebbe addirittura stimolare le emigrazioni, dando più risorse a chi desidera partire), bisogna considerare che questo principio richiede investimenti corposi e probabilmente poco popolari. Ad oggi, l’Italia investe circa 4 miliardi di euro in Aiuti Pubblici allo Sviluppo (0,22%), ben lontano dagli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite (0,70%). Superano invece 5 miliardi le rimesse inviate in patria dagli immigrati residenti nel nostro paese (0,30% del Pil). In attesa dei nostri aiuti, dunque, sono gli immigrati “ad aiutarsi da soli”.

Leggi l’articolo di Vladimiro Polchi sul Venerdì di Repubblica

Più rimesse che cooperazione allo sviluppo

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Confrontando la quota di aiuti pubblici allo sviluppo con le rimesse inviate in patria dagli immigrati (dati I semestre 2015), si può notare come lo sforzo di quest’ultimi sia molto più alto rispetto a quello dello Stato. 

Nel dibattito attuale sull’emergenza migranti, una delle proposte più frequenti è quella sintetizzata dallo slogan “aiutiamoli a casa loro”, inteso come una possibilità concreta per limitare l’immigrazione irregolare e le problematiche ad essa connesse. Pur considerando questa proposta teoricamente valida almeno nel lungo periodo, essa si scontra con la difficoltà di convincere politica ed opinione pubblica alla necessità di stanziare fondi per lo sviluppo di paesi terzi, togliendo inevitabilmente risorse pubbliche alle urgenze locali. Una recente indagine Eurobarometro sulla cooperazione allo sviluppo evidenzia questa contraddizione: l’80% degli italiani ritiene importante sostenere le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, ma solo il 55% si dice favorevole ad aumentare gli aiuti.