Lo studio sul lavoro e sulle caratteristiche occupazionali degli stranieri ha indotto la Fondazione Leone Moressa a creare un indicatore in grado di fornire una stima dell’attrattività occupazionale straniera nel territorio nazionale: un’attrattività che prende in considerazione le caratteristiche intrinseche del mercato del lavoro nelle diverse regioni, dal momento che nella valutazione dei processi di integrazione degli stranieri, l’offerta occupazionale rappresenta certamente un peso rilevante.
Per questa analisi sono stati presi in considerazione una serie di indicatori che valutano la qualità del lavoro offerto agli stranieri, i cambiamenti registrati nell’ultimo anno a seguito dell’evento recessivo, le retribuzioni da essi percepite, la ricchezza dichiarata e la capacità di assorbimento del territorio derivante da caratteristiche prettamente demografiche. La combinazione di questi elementi permette di valutare quali territori siano in grado di attrarre e assorbire più di altri manodopera straniera anche alla luce della crisi che si è riversata sull’occupazione, e in particolare sull’occupazione straniera.
Le aree del Nord, rispetto a quelle del Sud, risultano essere i territori più fertili per l’insediamento e per l’occupabilità degli stranieri. Questo nonostante la crisi. La maggiore “appetibilità” è circoscritta a regioni quali la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia, il Lazio, la Toscana, il Veneto, l’Emilia Romagna e la Sardegna.
La crisi ha avuto un impatto negativo sull’occupazione straniera più nelle aree del Nord che in quelle del Sud. E lo si evince dai primi indicatori. Sebbene, la differenza nel numero occupati tra il 2009 e il 2010 rimanga positiva, il loro peso rispetto al totale dell’occupazione è basso. In particolare, nelle regioni come Lombardia, Marche, Veneto e lo stesso Friuli Venezia Giulia il dato si attesta tra il 6,2% e lo 0,2% quando in Basilicata, Molise e Sardegna (ad esempio) il dato è superiore al 30%.
Anche il tasso di disoccupazione straniera, che è forse l’indicatore più eloquente dello stato di incertezza occupazionale, risulta più elevato al Nord rispetto al Sud. In Valle d’Aosta e Piemonte il dato si attesta al 15,7%, contro valori più contenuti in Calabria (6,0%), Puglia (6,8%) e Campania (6,9%).
Il rischio di rimanere disoccupati fornisce un’indicazione differente: infatti nelle aree del Nord, in prevalenza, gli stranieri disoccupati nel 2009 hanno avuto più possibilità di trovare nuova occupazione nel 2010, mentre al Sud chi era senza lavoro lo è rimasto anche l’anno successivo.
La “qualità” del lavoro straniero in termini di tipologie contrattuale vede le aree del Nord e del Centro più predisposte a inquadrare i propri occupati stranieri con contratti stabili. Infatti Lombardia, Lazio, Veneto e Piemonte sono le regioni che hanno meno lavoratori stranieri inquadrati con contratti di lavoro a termine (si fa riferimento ai dipendenti a tempo determinato e ai collaboratori) rispetto alla base occupazione del territorio corrispondente. Inoltre, è nel Nord in cui i dipendenti stranieri a tempo indeterminato hanno la maggiore possibilità di mantenere lo stesso contratto e quindi il proprio posto di lavoro. Al Sud invece può accadere più frequentemente che lo straniero, anche se a tempo indeterminato, perda il lavoro oppure che cambi forma contrattuale.
Per quanto riguarda i livelli salariali, gli stranieri del Nord vengono remunerati meglio rispetto a quelli del Sud: si va infatti da 1.159€ del Friuli Venezia Giulia ai 674€ della Calabria. Inoltre, a conferma di ciò si possono osservare i dati relativi alle dichiarazioni dei redditi, dove in questo caso sono gli stranieri che lavorano in Lombardia a disporre di una ricchezza complessiva più elevata: 14.944€. Al contrario gli stranieri residenti in Basilicata, Puglia o Calabria, non dichiarano più di 10mila €.
A far andare verso il vertice della classifica le regioni settentrionali è il tasso di ricambio. In queste zone, specie in Liguria, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Emilia Romagna e Piemonte, il tasso supera il 150% cioè su due anziani si conta poco più di un giovane. Mentre se si considerano le regioni del Sud addirittura il rapporto si inverte e si evidenzia come vi siano più giovani tra i 15 e i 19 anni rispetto agli anziani tra i 60 e i 64 anni. Questo significa che se si dovessero mantenere i livelli di occupazione attuali prevedendo un ulteriore invecchiamento della popolazione, al Nord servirebbero più stranieri per colmare il gap. Al Sud invece, i posti lasciati liberi dai pensionati potrebbero essere ricoperti dai giovani italiani senza ricorrere ad ulteriore manodopera straniera.
Infine il dato sull’imprenditoria. Anche in questo caso al Nord e in alcune aree del Centro si creano le prerogative per un maggior stimolo alla creazione di nuove imprese etniche. Infatti la quota di imprenditori stranieri rispetto al totale degli imprenditori presenti nello stesso territorio risulta molto più alta nel Settentrione rispetto al Sud. Infatti se in Friuli Venezia Giulia su 100 imprenditori 8 sono di origine straniera, in Basilicata si tratta di appena 3.
In conclusione, la sintesi di questi indicatori permette di identificare nelle aree del Nord e in alcune aree del Centro le zone più attrattive per gli stranieri dal punto di vista occupazionale, non solo perché gli immigrati guadagnano di più o perché hanno contratti più stabili, ma anche perché nel prossimo futuro ci sarà bisogno di manodopera straniera per ricoprire quelle occupazioni che verranno lasciate libere dai futuri pensionati e che non verranno completamente ricoperte dai giovani italiani. Tutto questo nonostante la crisi abbia avuto un impatto più negativo sui livelli occupazionali degli stranieri nelle zone settentrionali che in quelle meridionali.
Scarica lo studio Attrattività occupazionale degli stranieri













