Il lavoro precario al tempo della crisi

Comunicato del 12/05/2009

La fase di recessione che si è delineata e che tenderà a perdurare anche nel prossimo futuro, ha generato una modifica della struttura occupazionale veneta. In una situazione caratterizzata da una forte incertezza, il mondo produttivo veneto tende a “congelare” i flussi di assunzione e a limitare l’utilizzo della parte più debole del mercato del lavoro, ossia i precari.

Questi i primi risultati del “VI° Osservatorio sulla Occupazione Italiana e Straniera nella piccola impresa in Veneto” che ha voluto anche approfondire il tema del lavoro precario nel contesto regionale.

Nel Veneto i lavoratori precari ammontano a quasi 300mila unità e rappresentano il 12,6% del totale dell’occupazione. I precari si suddividono tra il 91,8% di occupati e il rimanente 8,2% di disoccupati. Tra gli occupati, 185 mila soggetti hanno un contratto di dipendenza a tempo determinato involontario, mentre i part time involontari ammontano a 73mila individui. I collaboratori e le partite Iva, che mostrano in contemporanea i tre vincoli di subordinazione, sono complessivamente quasi 14mila lavoratori.

Per quanto riguarda invece i livelli di disoccupazione, è importante notare come il 31,1% della forza lavoro non occupata sia rappresentata proprio da ex lavoratori precari che sono attualmente disoccupati perché è scaduto il contratto di lavoro.

Una ricerca molto dettagliata che ha analizzato, dopo aver determinato la dimensione del precariato nel contesto veneto in base alle caratteristiche dei lavoratori, i fattori di rischio della precarietà

Partendo dai dati sulle rilevazioni continue delle forze lavoro e determinando per ciascun individuo lo stato di precarietà o stabilità lavorativa, si sono individuate quelle caratteristiche personali che maggiormente incidono sulla probabilità di essere inquadrato con contratti di tipo precario.

Dai risultati emerge come il rischio di avere un contratto precario, se si è donna, è superiore di quasi tre volte rispetto al genere maschile. Passando ad analizzare il titolo di studio si rileva come la detenzione del diploma di scuola superiore sia un fattore protettivo mentre, viceversa, aumenta il rischio con titoli di studio superiori come la laurea. L’analisi per classi d’età rivela la maggiore propensione dei giovani ad essere inseriti nel mondo del lavoro con contratti precari, dal momento che il rischio è molto elevato fino ai 34 anni: i soggetti più maturi sembrano essere maggiormente inquadrati con contratti stabili.

Risulta rilevante anche la variabile cittadinanza: essere straniero aumenta di 2,6 volte la possibilità di essere precario rispetto ad un cittadino italiano. Anche il settore lavorativo di appartenenza incide sulla tipologia di contratto: ambiti come quello industriale e edile danno maggiore stabilità, mentre lavorare negli alberghi e ristoranti è più rischioso anche per la natura stagionale dei contratti di questo settore. I servizi alle persone, strettamente legate alla presenza femminile (come i servizi sociali, l’assistenza, le imprese di pulizie, le attività estetiche…) rilevano una maggiore possibilità di rientrare nella definizione di precario.

Infine, per una valutazione qualitativa del mercato del lavoro, l’analisi delle forme di inquadramento contrattuale dei lavoratori presenti nelle aziende fornisce importanti informazioni per poter valutare situazioni di stabilità o precarietà di lavoro. A tale scopo la ricerca ha analizzato la tipologia dei diversi contratti degli occupati confrontando i dati ricavati dall’Osservatorio relativi alla piccola impresa e le risultanze del sistema veneto partendo dai dati dell’Istat. Se si rapporta infatti la quota di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato rispetto al totale dei dipendenti, si evidenzia come la piccola impresa tenda a garantire ai propri lavoratori maggiore stabilità, dal momento che tale rapporto raggiunge il 90,3% nell’analisi di piccola impresa e l’87,6% nel totale veneto.

Un altro elemento a sostegno di tale fenomeno è dato dall’incidenza dei lavoratori a termine sul totale degli occupati che nella piccola impresa rappresentano l’8,7% contro il 10,9% dell’intero sistema occupazionale veneto.

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