L’emergenza profughi in Italia e in Europa

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L’emergenza cresce ad Est. Il 40% ora arriva in Europa dal Mediterraneo Orientale e il 30% dai Balcani.

 

Il terzo record mensile consecutivo e il triplo rispetto a un anno fa: segnalano un’escalation gli ultimi dati Frontex sugli ingressi illegali dei migranti in Europa. Oltre 100mila in luglio e poco meno di 340mila nei primi sette mesi dell’anno, mentre se ne erano contati circa 70mila in giugno, 35mila nel luglio 2014 e
283mila in tutto il 2014.
Ma il fenomeno dei richiedenti protezione non sta solo crescendo quantitativamente: sta anche slittando verso nuove vie d’accesso, sottoponendo a un’inedita pressione umana altri perimetri europei (in primis Grecia, Italia e Ungheria) e sollecitando risposte e risorse – da parte dei singoli governi e della comunità europea e internazionale – che vadano oltre la gestione dell’emergenza e le iniziative spontanee di volontariato, privati, religiosi e amministrazioni locali. Peraltro la spesa pubblica destinata dall’Italia all’accoglienza non si discosta molto dal livello del 2011 (anno analogo al periodo attuale, per flussi e scenari internazionali), con pochi effetti quindi su criticità importanti: frammentarietà e carenza delle strutture, lungaggini burocratiche. Riflessioni, queste, che scaturiscono dallo studio realizzato dalla Fondazione Leone Moressa con il sostegno di Open Society Foundation sul sistema di accoglienza in Italia e nella Ue.

Integrazione, l’esempio del Veneto

Piazza San Marco-7

 

Gli immigrati in Veneto sono 514 mila, il 10,4% della popolazione. La regione è quarta per densità di immigrati e terza per stranieri residenti.

Il Veneto ha segnato la maggior crescita di stranieri tra il 2007 e il 2014: anche durante la crisi il sistema delle PMI ha avuto bisogno di manodopera immigrata. Si contano anche 56 mila imprenditori stranieri, l’8,1% degli imprenditori attivi in Veneto.

Secondo un recente studio della Fondazione Leone Moressa, il Veneto è la terza regione (dopo Lazio e Lombardia) con il più alto indice regionale di integrazione: ad incidere maggiormente sono gli indicatori occupazionali ed economici. In altre parole, l’inserimento lavorativo ha giocato – e gioca – un ruolo fondamentale per l’integrazione degli immigrati, specie in una regione come il Veneto fondata sulle piccole e medie imprese sparse sul territorio.

Leggi l’articolo di Eleonora Vallin su LaStampa del 18 agosto 2015. download

La ricchezza degli stranieri d’Italia

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La dote che gli immigrati portano al Paese: un bottino di 6,8 miliardi di euro che ogni anno finisce nelle casse dell’Agenzia delle entrate. Sì, perché tra i 5 milioni di “nuovi italiani” si cela un popolo di contribuenti: 3 milioni e mezzo di persone, che dichiarano al fisco oltre 45 miliardi di euro l’anno.

A mappare le dichiarazioni dei redditi 2014 dei nati all’estero è la Fondazione Leone Moressa. I contribuenti immigrati rappresentano oggi l’8,6% del totale e dichiarano 45,6 miliardi di euro. In testa ci sono i romeni (con oltre 6,4 miliardi), seguiti da albanesi (3,2), svizzeri (2,8) e marocchini (2,4). Nonostante la crisi, i redditi dichiarati dai nati all’estero sono aumentati dell’1,8% nell’ultimo anno. Il record di crescita? Quello di cinesi (+8%) e moldavi (+7,3%).

Leggi l’articolo di Vladimiro Polchi su Repubblica dell’11 agosto 2015. download

Vedi i dati commentati su #InOndaLa7 dell’11 agosto 2015.

L’integrazione degli stranieri in Italia. Indice regionale

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Riprendendo l’idea di analizzare l’integrazione degli immigrati nei diversi contesti territoriali, la Fondazione Leone Moressa ha analizzato circa 40 indicatori suddivisi in sei aree tematiche: mercato del lavoro, istruzione, sanità, criminalità, contributo economico e radicamento sul territorio. Il risultato finale è un indice regionale di integrazione, che misura la capacità delle regioni italiane di garantire l’inserimento sociale ed economico dei cittadini stranieri.

L’indicatore parte dall’assunto che le regioni in cui gli indicatori socio-economici presentano valori positivi sono quelle in grado di garantire maggiori opportunità di integrazione. Per questo, gli indicatori in esame riguardano, ad esempio: i tassi di occupazione, la presenza di contratti a tempo indeterminato, la media voto degli studenti stranieri, la percentuale di delitti commessi da stranieri, il numero e la ricchezza prodotta dalle imprese straniere, il radicamento sul territorio.

Leggi l’articolo di Rossella Cadeo su Il Sole 24 Ore del 27 luglio 2015. download